L'ostinata ricerca di un qualcosa che ci trasporti dalla dimensione interna a quella esterna del vino è il sottile filo rosso che unisce e anima gli incontri che in questi giorni di inverno si stanno tenendo a Bussi sul Tirino, sul tema della Cultura e Pratica del vino in Abruzzo.
Se da un lato ritroviamo la dimensione degustativa portata dall'approccio geosensoriale, con tutti i dovuti riferimenti alla questione che lega il vino al suo territorio ed alla mano del produttore, dall'altro dobbiamo fare i conti con un sistema binario (interno/esterno - dentro/fuori) proteso verso un accadimento. Quello dell'emozione.
Questo affinché si avveri il passaggio da uno stato emotivo ad un altro, consci del fatto che l'emozione non è mai di per se garanzia di gioia e bellezza, in quanto neutra. Quello che la caratterizza, nell'accezione del nostro discorso, è il sistema complesso di sensazioni tattili e gustative, grazie alle quali ne traiamo un ben-essere o un mal-essere.
Il termine "emozione" deriva il suo etimo dal francese émotion, derivato di émouvoir, che a sua volta viene dal latino emovère ovvero muovere/tirare fuori... per compiere una metamorfosi, ovvero un mutamento, un cambiamento di stato.
La cattiva notizia è che raramente capita di emozionarsi al cospetto di un bicchiere di vino. Siamo spesso distratti, alimentandoci senza troppo pensare, e così, come per tutto il resto, lasciamo che le cose e con esse i vini- anche quelli più belli - ci scivolino letteralmente addosso. Complice in questo un industria che, per massimizzare i risultati di profitto, tende a spianare le strade del nostro gusto, ci accontentiamo di non badare troppo al mangiare e al bere lasciando alla fine dei conti, che siano questi a pensare a noi, (vedi tutto il battage dell'industria agroalimentare). Siamo così abituati ad esser rincorsi dagli alimenti, che non ci domandiamo più da dove vengono e chi li ha prodotti.
Quella buona è che la strada inversa, quella per rimettersi in gioco con il "sentimento del gusto", è tuttora praticabile e percorribile a condizione di fare un piccolo sforzo di "pensiero". Pensare gli alimenti significa effettuare una ricerca su di loro, informarsi, prima del loro incontro e poi, dopo averli assunti, degli effetti che ci consegnano. Pensare gli alimenti è un atto politico!
Immaginarne quindi l'approccio, ricostruendo le condizioni fondative, interne (tra forma e sostanza) per poi celebrarne quelle esterne su di noi (l'essenza), laddove avvenga un sincero cambio di passo e di sentimenti rappresenta una vera possibilità di cambiamento.
Ecco, basterebbe concentrarsi su queste due qualità, di origine e di progenie, per inquadrare il risultato del buon gusto e correre alla fine il rischio di un emozione, che si spera sempre positiva e benevola, ma soprattutto sorprendente.
Alessandro Calabretta*

Se da un lato ritroviamo la dimensione degustativa portata con tutti i dovuti riferimenti alla questione che lega il vino al suo territorio ed alla mano del produttore, dall'altro dobbiamo fare i conti con un sistema binario (interno/esterno - dentro/fuori) proteso verso un accadimento. Quello dell'emozione. Questo affinché si avveri il passaggio da uno stato emotivo ad un altro, consci del fatto che l'emozione non è mai di per se garanzia di gioia e bellezza, in quanto neutra. Quello che la caratterizza, nell'accezione del nostro discorso, è il sistema complesso di sensazioni tattili e gustative, grazie alle quali ne traiamo un ben-essere o un mal-essere.Il termine "" deriva il suo etimo dal francese émotion, derivato di émouvoir, che a sua volta viene dal latino emovère ovvero ... per compiere una , ovvero un . La cattiva notizia è che raramente capita di emozionarsi al cospetto di un bicchiere di vino. Siamo spesso distratti, alimentandoci senza troppo pensare, e così, come per tutto il resto, lasciamo che le cose e con esse i vini- anche quelli più belli - ci scivolino letteralmente addosso. Complice in questo un industria che, per massimizzare i risultati di profitto, tende a spianare le strade del nostro gusto, ci accontentiamo di non badare troppo al mangiare e al bere lasciando alla fine dei conti, che siano questi a pensare a noi, (vedi tutto il battage dell'industria agroalimentare). Siamo così abituati ad esser rincorsi dagli alimenti, che non ci domandiamo più da dove vengono e chi li ha prodotti. Quella buona è che la strada inversa, quella per rimettersi in gioco con il "sentimento del gusto", è tuttora praticabile e percorribile a condizione di fare un piccolo sforzo di "pensiero". Pensare gli alimenti significa effettuare una ricerca su di loro, informarsi, prima del loro incontro e poi, dopo averli assunti, degli effetti che ci consegnano. Pensare gli alimenti è un atto politico! Immaginarne quindi l'approccio, ricostruendo le , interne (tra forma e sostanza) per poi celebrarne quelle esterne su di noi (l'essenza), laddove avvenga un sincero cambio di passo e di sentimenti rappresenta una vera possibilità di cambiamento.Ecco, basterebbe concentrarsi su queste due qualità, di origine e di progenie, per inquadrare il risultato del buon gusto e correre alla fine il rischio di un emozione, che si spera sempre positiva e benevola, ma soprattutto sorprendente.


Se da un lato ritroviamo la dimensione degustativa portata con tutti i dovuti riferimenti alla questione che lega il vino al suo territorio ed alla mano del produttore, dall'altro dobbiamo fare i conti con un sistema binario (interno/esterno - dentro/fuori) proteso verso un accadimento. Quello dell'emozione. Questo affinché si avveri il passaggio da uno stato emotivo ad un altro, consci del fatto che l'emozione non è mai di per se garanzia di gioia e bellezza, in quanto neutra. Quello che la caratterizza, nell'accezione del nostro discorso, è il sistema complesso di sensazioni tattili e gustative, grazie alle quali ne traiamo un ben-essere o un mal-essere.Il termine "" deriva il suo etimo dal francese émotion, derivato di émouvoir, che a sua volta viene dal latino emovère ovvero ... per compiere una , ovvero un . La cattiva notizia è che raramente capita di emozionarsi al cospetto di un bicchiere di vino. Siamo spesso distratti, alimentandoci senza troppo pensare, e così, come per tutto il resto, lasciamo che le cose e con esse i vini- anche quelli più belli - ci scivolino letteralmente addosso. Complice in questo un industria che, per massimizzare i risultati di profitto, tende a spianare le strade del nostro gusto, ci accontentiamo di non badare troppo al mangiare e al bere lasciando alla fine dei conti, che siano questi a pensare a noi, (vedi tutto il battage dell'industria agroalimentare). Siamo così abituati ad esser rincorsi dagli alimenti, che non ci domandiamo più da dove vengono e chi li ha prodotti. Quella buona è che la strada inversa, quella per rimettersi in gioco con il "sentimento del gusto", è tuttora praticabile e percorribile a condizione di fare un piccolo sforzo di "pensiero". Pensare gli alimenti significa effettuare una ricerca su di loro, informarsi, prima del loro incontro e poi, dopo averli assunti, degli effetti che ci consegnano. Pensare gli alimenti è un atto politico! Immaginarne quindi l'approccio, ricostruendo le , interne (tra forma e sostanza) per poi celebrarne quelle esterne su di noi (l'essenza), laddove avvenga un sincero cambio di passo e di sentimenti rappresenta una vera possibilità di cambiamento.Ecco, basterebbe concentrarsi su queste due qualità, di origine e di progenie, per inquadrare il risultato del buon gusto e correre alla fine il rischio di un emozione, che si spera sempre positiva e benevola, ma soprattutto sorprendente.


Se da un lato ritroviamo la dimensione degustativa portata con tutti i dovuti riferimenti alla questione che lega il vino al suo territorio ed alla mano del produttore, dall'altro dobbiamo fare i conti con un sistema binario (interno/esterno - dentro/fuori) proteso verso un accadimento. Quello dell'emozione. Questo affinché si avveri il passaggio da uno stato emotivo ad un altro, consci del fatto che l'emozione non è mai di per se garanzia di gioia e bellezza, in quanto neutra. Quello che la caratterizza, nell'accezione del nostro discorso, è il sistema complesso di sensazioni tattili e gustative, grazie alle quali ne traiamo un ben-essere o un mal-essere.Il termine "" deriva il suo etimo dal francese émotion, derivato di émouvoir, che a sua volta viene dal latino emovère ovvero ... per compiere una , ovvero un . La cattiva notizia è che raramente capita di emozionarsi al cospetto di un bicchiere di vino. Siamo spesso distratti, alimentandoci senza troppo pensare, e così, come per tutto il resto, lasciamo che le cose e con esse i vini- anche quelli più belli - ci scivolino letteralmente addosso. Complice in questo un industria che, per massimizzare i risultati di profitto, tende a spianare le strade del nostro gusto, ci accontentiamo di non badare troppo al mangiare e al bere lasciando alla fine dei conti, che siano questi a pensare a noi, (vedi tutto il battage dell'industria agroalimentare). Siamo così abituati ad esser rincorsi dagli alimenti, che non ci domandiamo più da dove vengono e chi li ha prodotti. Quella buona è che la strada inversa, quella per rimettersi in gioco con il "sentimento del gusto", è tuttora praticabile e percorribile a condizione di fare un piccolo sforzo di "pensiero". Pensare gli alimenti significa effettuare una ricerca su di loro, informarsi, prima del loro incontro e poi, dopo averli assunti, degli effetti che ci consegnano. Pensare gli alimenti è un atto politico! Immaginarne quindi l'approccio, ricostruendo le , interne (tra forma e sostanza) per poi celebrarne quelle esterne su di noi (l'essenza), laddove avvenga un sincero cambio di passo e di sentimenti rappresenta una vera possibilità di cambiamento.Ecco, basterebbe concentrarsi su queste due qualità, di origine e di progenie, per inquadrare il risultato del buon gusto e correre alla fine il rischio di un emozione, che si spera sempre positiva e benevola, ma soprattutto sorprendente.



Se da un lato ritroviamo la dimensione degustativa portata con tutti i dovuti riferimenti alla questione che lega il vino al suo territorio ed alla mano del produttore, dall'altro dobbiamo fare i conti con un sistema binario (interno/esterno - dentro/fuori) proteso verso un accadimento. Quello dell'emozione. Questo affinché si avveri il passaggio da uno stato emotivo ad un altro, consci del fatto che l'emozione non è mai di per se garanzia di gioia e bellezza, in quanto neutra. Quello che la caratterizza, nell'accezione del nostro discorso, è il sistema complesso di sensazioni tattili e gustative, grazie alle quali ne traiamo un ben-essere o un mal-essere.Il termine "" deriva il suo etimo dal francese émotion, derivato di émouvoir, che a sua volta viene dal latino emovère ovvero ... per compiere una , ovvero un . La cattiva notizia è che raramente capita di emozionarsi al cospetto di un bicchiere di vino. Siamo spesso distratti, alimentandoci senza troppo pensare, e così, come per tutto il resto, lasciamo che le cose e con esse i vini- anche quelli più belli - ci scivolino letteralmente addosso. Complice in questo un industria che, per massimizzare i risultati di profitto, tende a spianare le strade del nostro gusto, ci accontentiamo di non badare troppo al mangiare e al bere lasciando alla fine dei conti, che siano questi a pensare a noi, (vedi tutto il battage dell'industria agroalimentare). Siamo così abituati ad esser rincorsi dagli alimenti, che non ci domandiamo più da dove vengono e chi li ha prodotti. Quella buona è che la strada inversa, quella per rimettersi in gioco con il "sentimento del gusto", è tuttora praticabile e percorribile a condizione di fare un piccolo sforzo di "pensiero". Pensare gli alimenti significa effettuare una ricerca su di loro, informarsi, prima del loro incontro e poi, dopo averli assunti, degli effetti che ci consegnano. Pensare gli alimenti è un atto politico! Immaginarne quindi l'approccio, ricostruendo le , interne (tra forma e sostanza) per poi celebrarne quelle esterne su di noi (l'essenza), laddove avvenga un sincero cambio di passo e di sentimenti rappresenta una vera possibilità di cambiamento.Ecco, basterebbe concentrarsi su queste due qualità, di origine e di progenie, per inquadrare il risultato del buon gusto e correre alla fine il rischio di un emozione, che si spera sempre positiva e benevola, ma soprattutto sorprendente.



Se da un lato ritroviamo la dimensione degustativa portata con tutti i dovuti riferimenti alla questione che lega il vino al suo territorio ed alla mano del produttore, dall'altro dobbiamo fare i conti con un sistema binario (interno/esterno - dentro/fuori) proteso verso un accadimento. Quello dell'emozione. Questo affinché si avveri il passaggio da uno stato emotivo ad un altro, consci del fatto che l'emozione non è mai di per se garanzia di gioia e bellezza, in quanto neutra. Quello che la caratterizza, nell'accezione del nostro discorso, è il sistema complesso di sensazioni tattili e gustative, grazie alle quali ne traiamo un ben-essere o un mal-essere.Il termine "" deriva il suo etimo dal francese émotion, derivato di émouvoir, che a sua volta viene dal latino emovère ovvero ... per compiere una , ovvero un . La cattiva notizia è che raramente capita di emozionarsi al cospetto di un bicchiere di vino. Siamo spesso distratti, alimentandoci senza troppo pensare, e così, come per tutto il resto, lasciamo che le cose e con esse i vini- anche quelli più belli - ci scivolino letteralmente addosso. Complice in questo un industria che, per massimizzare i risultati di profitto, tende a spianare le strade del nostro gusto, ci accontentiamo di non badare troppo al mangiare e al bere lasciando alla fine dei conti, che siano questi a pensare a noi, (vedi tutto il battage dell'industria agroalimentare). Siamo così abituati ad esser rincorsi dagli alimenti, che non ci domandiamo più da dove vengono e chi li ha prodotti. Quella buona è che la strada inversa, quella per rimettersi in gioco con il "sentimento del gusto", è tuttora praticabile e percorribile a condizione di fare un piccolo sforzo di "pensiero". Pensare gli alimenti significa effettuare una ricerca su di loro, informarsi, prima del loro incontro e poi, dopo averli assunti, degli effetti che ci consegnano. Pensare gli alimenti è un atto politico! Immaginarne quindi l'approccio, ricostruendo le , interne (tra forma e sostanza) per poi celebrarne quelle esterne su di noi (l'essenza), laddove avvenga un sincero cambio di passo e di sentimenti rappresenta una vera possibilità di cambiamento.Ecco, basterebbe concentrarsi su queste due qualità, di origine e di progenie, per inquadrare il risultato del buon gusto e correre alla fine il rischio di un emozione, che si spera sempre positiva e benevola, ma soprattutto sorprendente.



Se da un lato ritroviamo la dimensione degustativa portata con tutti i dovuti riferimenti alla questione che lega il vino al suo territorio ed alla mano del produttore, dall'altro dobbiamo fare i conti con un sistema binario (interno/esterno - dentro/fuori) proteso verso un accadimento. Quello dell'emozione. Questo affinché si avveri il passaggio da uno stato emotivo ad un altro, consci del fatto che l'emozione non è mai di per se garanzia di gioia e bellezza, in quanto neutra. Quello che la caratterizza, nell'accezione del nostro discorso, è il sistema complesso di sensazioni tattili e gustative, grazie alle quali ne traiamo un ben-essere o un mal-essere.Il termine "" deriva il suo etimo dal francese émotion, derivato di émouvoir, che a sua volta viene dal latino emovère ovvero ... per compiere una , ovvero un . La cattiva notizia è che raramente capita di emozionarsi al cospetto di un bicchiere di vino. Siamo spesso distratti, alimentandoci senza troppo pensare, e così, come per tutto il resto, lasciamo che le cose e con esse i vini- anche quelli più belli - ci scivolino letteralmente addosso. Complice in questo un industria che, per massimizzare i risultati di profitto, tende a spianare le strade del nostro gusto, ci accontentiamo di non badare troppo al mangiare e al bere lasciando alla fine dei conti, che siano questi a pensare a noi, (vedi tutto il battage dell'industria agroalimentare). Siamo così abituati ad esser rincorsi dagli alimenti, che non ci domandiamo più da dove vengono e chi li ha prodotti. Quella buona è che la strada inversa, quella per rimettersi in gioco con il "sentimento del gusto", è tuttora praticabile e percorribile a condizione di fare un piccolo sforzo di "pensiero". Pensare gli alimenti significa effettuare una ricerca su di loro, informarsi, prima del loro incontro e poi, dopo averli assunti, degli effetti che ci consegnano. Pensare gli alimenti è un atto politico! Immaginarne quindi l'approccio, ricostruendo le , interne (tra forma e sostanza) per poi celebrarne quelle esterne su di noi (l'essenza), laddove avvenga un sincero cambio di passo e di sentimenti rappresenta una vera possibilità di cambiamento.Ecco, basterebbe concentrarsi su queste due qualità, di origine e di progenie, per inquadrare il risultato del buon gusto e correre alla fine il rischio di un emozione, che si spera sempre positiva e benevola, ma soprattutto sorprendente.


Se da un lato ritroviamo la dimensione degustativa portata con tutti i dovuti riferimenti alla questione che lega il vino al suo territorio ed alla mano del produttore, dall'altro dobbiamo fare i conti con un sistema binario (interno/esterno - dentro/fuori) proteso verso un accadimento. Quello dell'emozione. Questo affinché si avveri il passaggio da uno stato emotivo ad un altro, consci del fatto che l'emozione non è mai di per se garanzia di gioia e bellezza, in quanto neutra. Quello che la caratterizza, nell'accezione del nostro discorso, è il sistema complesso di sensazioni tattili e gustative, grazie alle quali ne traiamo un ben-essere o un mal-essere.Il termine "" deriva il suo etimo dal francese émotion, derivato di émouvoir, che a sua volta viene dal latino emovère ovvero ... per compiere una , ovvero un . La cattiva notizia è che raramente capita di emozionarsi al cospetto di un bicchiere di vino. Siamo spesso distratti, alimentandoci senza troppo pensare, e così, come per tutto il resto, lasciamo che le cose e con esse i vini- anche quelli più belli - ci scivolino letteralmente addosso. Complice in questo un industria che, per massimizzare i risultati di profitto, tende a spianare le strade del nostro gusto, ci accontentiamo di non badare troppo al mangiare e al bere lasciando alla fine dei conti, che siano questi a pensare a noi, (vedi tutto il battage dell'industria agroalimentare). Siamo così abituati ad esser rincorsi dagli alimenti, che non ci domandiamo più da dove vengono e chi li ha prodotti. Quella buona è che la strada inversa, quella per rimettersi in gioco con il "sentimento del gusto", è tuttora praticabile e percorribile a condizione di fare un piccolo sforzo di "pensiero". Pensare gli alimenti significa effettuare una ricerca su di loro, informarsi, prima del loro incontro e poi, dopo averli assunti, degli effetti che ci consegnano. Pensare gli alimenti è un atto politico! Immaginarne quindi l'approccio, ricostruendo le , interne (tra forma e sostanza) per poi celebrarne quelle esterne su di noi (l'essenza), laddove avvenga un sincero cambio di passo e di sentimenti rappresenta una vera possibilità di cambiamento.Ecco, basterebbe concentrarsi su queste due qualità, di origine e di progenie, per inquadrare il risultato del buon gusto e correre alla fine il rischio di un emozione, che si spera sempre positiva e benevola, ma soprattutto sorprendente.


Se da un lato ritroviamo la dimensione degustativa portata con tutti i dovuti riferimenti alla questione che lega il vino al suo territorio ed alla mano del produttore, dall'altro dobbiamo fare i conti con un sistema binario (interno/esterno - dentro/fuori) proteso verso un accadimento. Quello dell'emozione. Questo affinché si avveri il passaggio da uno stato emotivo ad un altro, consci del fatto che l'emozione non è mai di per se garanzia di gioia e bellezza, in quanto neutra. Quello che la caratterizza, nell'accezione del nostro discorso, è il sistema complesso di sensazioni tattili e gustative, grazie alle quali ne traiamo un ben-essere o un mal-essere.Il termine "" deriva il suo etimo dal francese émotion, derivato di émouvoir, che a sua volta viene dal latino emovère ovvero ... per compiere una , ovvero un . La cattiva notizia è che raramente capita di emozionarsi al cospetto di un bicchiere di vino. Siamo spesso distratti, alimentandoci senza troppo pensare, e così, come per tutto il resto, lasciamo che le cose e con esse i vini- anche quelli più belli - ci scivolino letteralmente addosso. Complice in questo un industria che, per massimizzare i risultati di profitto, tende a spianare le strade del nostro gusto, ci accontentiamo di non badare troppo al mangiare e al bere lasciando alla fine dei conti, che siano questi a pensare a noi, (vedi tutto il battage dell'industria agroalimentare). Siamo così abituati ad esser rincorsi dagli alimenti, che non ci domandiamo più da dove vengono e chi li ha prodotti. Quella buona è che la strada inversa, quella per rimettersi in gioco con il "sentimento del gusto", è tuttora praticabile e percorribile a condizione di fare un piccolo sforzo di "pensiero". Pensare gli alimenti significa effettuare una ricerca su di loro, informarsi, prima del loro incontro e poi, dopo averli assunti, degli effetti che ci consegnano. Pensare gli alimenti è un atto politico! Immaginarne quindi l'approccio, ricostruendo le , interne (tra forma e sostanza) per poi celebrarne quelle esterne su di noi (l'essenza), laddove avvenga un sincero cambio di passo e di sentimenti rappresenta una vera possibilità di cambiamento.Ecco, basterebbe concentrarsi su queste due qualità, di origine e di progenie, per inquadrare il risultato del buon gusto e correre alla fine il rischio di un emozione, che si spera sempre positiva e benevola, ma soprattutto sorprendente.

Se da un lato ritroviamo la dimensione degustativa portata con tutti i dovuti riferimenti alla questione che lega il vino al suo territorio ed alla mano del produttore, dall'altro dobbiamo fare i conti con un sistema binario (interno/esterno - dentro/fuori) proteso verso un accadimento. Quello dell'emozione. Questo affinché si avveri il passaggio da uno stato emotivo ad un altro, consci del fatto che l'emozione non è mai di per se garanzia di gioia e bellezza, in quanto neutra. Quello che la caratterizza, nell'accezione del nostro discorso, è il sistema complesso di sensazioni tattili e gustative, grazie alle quali ne traiamo un ben-essere o un mal-essere.Il termine "" deriva il suo etimo dal francese émotion, derivato di émouvoir, che a sua volta viene dal latino emovère ovvero ... per compiere una , ovvero un . La cattiva notizia è che raramente capita di emozionarsi al cospetto di un bicchiere di vino. Siamo spesso distratti, alimentandoci senza troppo pensare, e così, come per tutto il resto, lasciamo che le cose e con esse i vini- anche quelli più belli - ci scivolino letteralmente addosso. Complice in questo un industria che, per massimizzare i risultati di profitto, tende a spianare le strade del nostro gusto, ci accontentiamo di non badare troppo al mangiare e al bere lasciando alla fine dei conti, che siano questi a pensare a noi, (vedi tutto il battage dell'industria agroalimentare). Siamo così abituati ad esser rincorsi dagli alimenti, che non ci domandiamo più da dove vengono e chi li ha prodotti. Quella buona è che la strada inversa, quella per rimettersi in gioco con il "sentimento del gusto", è tuttora praticabile e percorribile a condizione di fare un piccolo sforzo di "pensiero". Pensare gli alimenti significa effettuare una ricerca su di loro, informarsi, prima del loro incontro e poi, dopo averli assunti, degli effetti che ci consegnano. Pensare gli alimenti è un atto politico! Immaginarne quindi l'approccio, ricostruendo le , interne (tra forma e sostanza) per poi celebrarne quelle esterne su di noi (l'essenza), laddove avvenga un sincero cambio di passo e di sentimenti rappresenta una vera possibilità di cambiamento.Ecco, basterebbe concentrarsi su queste due qualità, di origine e di progenie, per inquadrare il risultato del buon gusto e correre alla fine il rischio di un emozione, che si spera sempre positiva e benevola, ma soprattutto sorprendente.
* sunto degli argomenti trattati nell'incontro del ciclo di seminari "Cultura e pratica del vino in Abruzzo" a cura di ANTIDOTES e in collaborazione con l'ass. cult. Enotirino del 19 febbraio 2025 a Bussi sul Tirino da Barrett Cafè & Restaurant
**Conosci gli argomenti trattati nel primo ciclo di incontri sull'Approccio, colloqui sul vino naturale tenutosi in Valle Peligna tra gennaio e novembre 2024.
***FOTOGRAFIA, cortesia di Giuseppe Di Carlo, Bussi sul Tirino.

